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Partanna e l'Archeologia


La cittadina di Partanna ha origini che risalgono alla preistoria. Nella Contrada Stretto, che si trova a qualche chilometro dalla cittadina, sono stati effettuati recentemente ritrovamenti di tombe a grotticella e di tombe a camera e di numerose ceramiche risalenti all’età del Bronzo come gli ormai noti vasi del tipo Partanna-Naro attualmente conservati in buona misura al Museo Archeologico Regionale di Palermo. Sappiamo di certo che l’area partannese fu occupata dalle epoche più remote della preistoria, fin dal Pleistocene quando alcuni ripari che si trovano sulle vallecole del Belice e del Modione furono abitati dai cacciatori paleolitici di cultura epigravettiana.
Ma forse anche prima le contrade dell’area partannese furono calpestate dall’uomo ed in particolare da quei gruppi di probabile origine africana che intorno a cinquecentomila anni fa portarono sull’isola le prime industrie litiche su ciottolo.
Recentemente, grazie ad una campagna di scavi condotta dalla Soprintendenza per i Beni Culturali ed Ambientali di Trapani, si è avuta l’opportunità di verificare, nella contrada Stretto di Partanna, l’esistenza di un ricco ed esteso insediamento neolitico. Di questa presenza purtoppo rimane ben poco poiché recenti cave hanno distrutto molto dell’originario deposito. Tuttavia è stato possibile provare l’esistenza di parte di un fossato, stretto e molto profondo, che doveva delimitare un’area nei pressi di una collinetta sui cui fianchi si trovava l’insediamento.
Da un esame sommario e preliminare dei materiali si è vista la presenza di una ricca quantità di ceramiche che si inquadrano nell’orizzonte tipologico di Serra d’Alto (neolitico medio finale). Ma anche i periodi più vicini a noi, dall’età del ferro al periodo arcaico e classico, a quello ellenistico-romano e giù sino al medioevale, hanno lasciato cospicue tracce abitative e monumentali in questo territorio. Ma come dicevo prima, i ritrovamenti più eclatanti si riferiscono all’età del bronzo.
All’inizio si pensò che le ceramiche provenienti dall’area partannese fossero riconducibili alla civiltà Castellucciana, ma dopo un attento esame che Bernabò Brea, il più grande studioso di preistoria in Sicilia, effettuò sulle decorazioni, questi ne individuò delle peculiarità tali che ne fanno una sorta di provincia occidentale della civiltà castellucciana. Si tratta di una variante locale della grande civiltà di Castelluccio (così denominata dal sito omonimo nell’entroterra di Noto) che si sviluppò in Sicilia all’inizio dell’età del bronzo (all’incirca tra il XX e il XV sec. a.C.).
La ceramica di Castelluccio, così come quella di Partanna e Naro, è caratterizzata da ardite forme di boccali e vasi cerimoniali a forma di clessidra; ma la peculiarità più originale risiede nella decorazione dipinta in bruno su fondo giallo o rossiccio. Tale decorazione si articola attraverso complicati e fantastici giochi di elementi geometrici basilari quali il triangolo, la losanga, il reticolo ecc.
Le particolarità della Facies di Partanna e Naro, sono costituite da alcune forme singolari coma la famosa bottiglia a collo cilindrico da Partanna e dal carattere generale della decorazione più sottile e più baroccheggiante. Altri elementi di diversità con l’ambiente castellucciano sono le anse con sopraelevazione asciforme o le semplici prese asciformi. Altra ansa peculiare è quella costituita da un nastro applicato lungo tutta la parete del vaso, tipica per la sua tettonica che sembra richiamarsi a prototipi metallici attraverso gli analoghi esemplari della precedente cultura di Malpasso. A questa diversità gli studiosi attribuiscono un carattere cronologico individuando delle analogie tra la Facies di Partanna e Naro e la Facies etnea della civiltà castellucciana. Questa ultima Facies è, infatti, da collocare agli inizi dello sviluppo castellucciano. Le strette analogie fra le due Facies, ci dimostra che l’orizzonte culturale di queste cerchie non può essere disgiunto da quello castellucciano, ma deve essere considerato la parte iniziale. Si tratterebbe quindi di una terza provincia castellucciana comprendente le stazioni e le necropoli dell’Agrigentino e del Selinuntino.

 

Partanna e il popolo del Bicchiere
   
Fenomeno importantissimo della preistoria, di cui il territorio di Partanna si vede protagonista è la diffusione del Bicchiere Campaniforme.

Il Bicchiere Campaniforme è un vaso dalla tipica forma a campana, quasi sempre decorato da fini motivi impressi ed incisi. Esso è l’elemento più appariscente di un complesso di oggetti che si diffondono in Europa a partire dal III millennio a.C. L’importanza di tale oggetto sta proprio nella sua più ampia diffusione che ha indotto alcuni studiosi a intravedere in essa un vero e proprio spostamento etnico. L’ipotesi più accreditata vede “il popolo del Bicchiere” come originario dell’Iberia meridionale, da lì esso si spostò verso Nord, ma in Catalogna tale direttrice si biforcò: un gruppo si diresse verso l’Europa centro-settentrionale e l’altro gruppo navigò verso le Baleari, da lì raggiunse la Sardegna ed infine la Sicilia.
In Sicilia il Bicchiere Campaniforme giunge agli inizi del II millennio a.C. e si impone repentinamente in due zone dell’isola: il Palermitano e l’agro selinuntino-parannese. Nella zona di Partanna questo ignoto Popolo del Bicchiere, o comunque, la sua civiltà, si fermo radicandosi nel tessuto culturale locale. Da un lato abbiamo la civiltà del Bicchiere, estremamente legata al mondo europeo occidentale, fortemente caratterizzata sul piano della cultura materiale, ma anche portatrice di un indubbio primato tecnologico dovuto alla conoscenza effettiva dei processi di produzione del metallo. Dall’altro vi è la civiltà egea, con il suo bagaglio millenario di sperimentazione artistica e con la sua consolidata rete di collegamenti marittimi nel Mediterraneo centro-orientale. È in quest’ultima corrente civilizzatrice che si trovano a confluire anche stimoli ed idee provenienti dal Mediterraneo orientale, dall’Anatolia, dalla Siria-Palestina, e dall’Egitto. È dall’Oriente che sembra arrivare in Sicilia una delle peculiarità più spiccate del rituale funerario che si troverà in Sicilia per svariati Millenni: la tomba a forno scavata nella roccia, così come la vocazione permanente ad arricchire la superficie dei vasi privilegiando la pittura rispetto all’incisione, all’impressione e all’excisione, più congeniale allo spirito espressivo europeo.
Il territorio fra il Belice e il Modione diventa così tra la fine del III millennio e gli inizi del II millennio, una vera e propria terra di frontiera culturale e politica fra due mondi diversi ed importanti. La singolarità di questo fenomeno è che questi due mondi così diversi non si scontrano ma si confrontano dando vita a forme di sincretismo artigianale e culturale di enorme valore.


 
    La Nascita del Museo Archeologico  
   

 

Si procedette in modo discontinuo e in punti diversi dell'area, che solo dopo qualche anno fu identificata come Pompei, senza un piano sistematico. Furono così riportati alla luce parte della necropoli fuori porta Ercolano, il tempio di Iside, parte del quartiere dei teatri.
Il periodo di occupazione francese, all'inizio del 1800, vide un incremento degli scavi, che venne poi spegnendosi con il ritorno dei Borbone. Si lavorò nella zona dell'anfiteatro e del Foro e ancora in quella di porta Ercolano e dei teatri. Grande eco suscitò la scoperta della casa del Fauno, con il grande mosaico raffigurante la battaglia di Alessandro.